Condé Nast dice no a Vogue Africa

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    Riscoprire i sapori e le sfumature di un continente misterioso e affascinante come l’Africa attraverso le collezioni primavera-estate 2010 e attraverso un evento di portata internazionale come i Mondiali di Calcio 2010 che si sono da poco conclusi in Sudafrica di certo ha arricchito molte delle pagine dei più importanti fashion magazine del mondo. Tutti sembravano pronti a esaltare le atmosfere africane, celebrando la nuova linfa di artisti e designer del luogo, dedicando editoriali su editoriali, ma dedicare una licenza a un prodotto comletamente africano probabilmente era troppo, anche per Vogue. Condé Nast, la casa editrice della più famosa rivista di moda del mondo, non ha promosso il progetto di un’edizione di Vogue Africa pensata dall’artista Mario Epanya.

    Non sono bastati mesi di lavoro, bellissim copertine e servizi fotografici, un gruppo di sotegno su Facebook: alla fine Condé Nast ha detto no. Non ci sarà quindi nessuna edizione di Vogue Africa, almeno per il momento.

    Mario Epanya, make up artist e fotografo originario del Camerun, ha creduto moltissimo nel progetto di realizzare un’edizione tutta africana del fashion magazine più autorevole del mondo. Nella gallery, potete trovare alcuni dei numeri zero che erano stati realizzati per supportare il progetto, che soprattutto sul social network Facebook aveva riscosso un buon seguito.

    C’è chi pensa che l’Africa, per esprimere la propria tradizione e la propria cultura, non avrebbe bisogno di un marchio internazionale come Vogue, che a lungo andare finirebbe per snaturare il progetto di partenza di un magazine completamente concentrato sull’Africa.

    Di certo, però, Condé Nast ha perso davvero un’occasione importante: far raccontare la moda africana o anche quella internazionale dagli africani per gli africani sarebbe stata un’iniziativa davvero volta al sostegno delle diverse culture. Anche Franca Sozzani e Vogue Italia avrebbero auspicato con piacere che Condé Nast concedesse la licenza a Mario Epanya e alla sua squadra. Ma forse, nonostante quello che Cogue vuole far credere dalle sue pagine, l’Africa è davvero ancora troppo lontana e forse, chissà, fa ancora troppa paura.